L’Università

L’Università la Confraternita  di S. Maria della Quercia nei secoli XV -XIX

Subito dopo il riconoscimento ufficiale  della Confraternita e l’assegnazione  definitiva della Chiesetta  dedicata alla Madonna della Quercia da parte di Clemente VII , i Macellai  si diedero da fare per ristrutturare l’ormai fatiscente sede.

In merito ai lavori intrapresi per la sistemazione della piccola chiesa non ci sono notizie precise, ma  ancora il Moroni ci fa sapere:

“… per le grazie dispensate dalla B. Vergine ai romani , la chiesa perdè l’antico nome di S. Nicola, e anco di S. Antonio e si disse della Madonna della Quercia, eziandio per aver l’Università de’ Macellari posta sulla chiesa l’iscrizione che apprendo da Fanucci– B. Mariae de Quercu templum ab Universitate Macellariorum instauratus…”

In questo periodo, la Confraternita era passata da una importanza notevole, sotto  Giulio II, Clemente VII, Paolo III , tutti devoti della Madonna della Quercia di Viterbo, che in qualche modo trovavano a Roma un posto dove venerare l’amata Immagine, ad una decadenza , sotto il pontificato di Giulio III, fino a ritornare in auge con Sisto V .

Infatti Giulio II e Clemente VII  diedero l’impulso iniziale alla creazione della Confraternita e Paolo III aveva voluto che i Macellari liberassero da  morte  Benvenuto Cellini, utilizzando l’antico privilegio dell’Università .

Giulio III abolì il privilegio di proteggere l’immagine del SS. Salvatore nella processione del 15 agosto, pensando di accontentare le altre corporazioni ed eliminare così le risse e gli inconvenienti che spesso accadevano. Decisione inutile, tanto che  S. Pio V fu costretto ad abolire questo antichissimo omaggio  che i romani rendevano a Maria e  al suo Divino Figlio.

Sisto V per rendere testimonianza alla generosità dei Macellari che avevano resa decente ed accogliente la casa della Madonna della Quercia di Roma, il 15 agosto del 1589 , ne visitò la chiesa e confermò l’antico privilegio di poter liberare da morte un condannato; infatti ancora si legge in una lapide posta sul pavimento della cappellina di S. Antonio :

“… Sanctissimus D.N. D. Sixtus Divina Providentia Papa Quintus, custodibus et confratribus confraternitatis sub invocatione beatae Mariae de Querquu nuncupatae Universitatis Macellariorum… ut unum carceratum quem malverint ex quocumque crimine damnatum… e carceribus educere et eductum a crimine huiusmodi et poena exinde proveniente liberare valeant…concessit…”

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Di questo fatto ne dà ancora testimonianza il Moroni che scrive:

“… Sisto V la [chiesa della Madonna della Quercia di Roma]visitò ed arricchì d’indulgenze …“

Scrive ancora il Moroni:

“… il Sodalizio si esercitò ivi con decorosa uffiziatura nelle pie opere, distribuendo doti alle povere zitelle dell’arte, visitando i confrati infermi e soccorrendoli anche col medico , i defunti accompagnando alla sepoltura e suffragandoli; e celebrando la festa della B. Vergine non l’8 luglio giorno della sua apparizione [ ?]  come si celebra a Viterbo, ma nella domenica  dentro l’8° della Natività, nella quale avvenne in Viterbo con sontuosa pompa la sua traslazione[?].

Nella stessa chiesa si formò ancora l’Università o Compagnia de’ garzoni macellari, pelapiedi e tripparoli, e nelle Sedi Vacanti visitavano in corpo, però separatamente dalla Confraternita, il SS. Sagramento esposto in determinate chiese…”.

Come al solito il Moroni , che si affida ad autori che avevano assistito ed anche partecipato ai fatti narrati, è sempre molto preciso.

Alcuni documenti dei secoli XVII e XVIII ci confermano come la Confraternita elargisse un congruo contributo alle zitelle .

“ Per li signori Guardiani, & Camerlengo della Venerabile Compagnia della Madonna della Cerqua  di Roma , si consede alla honesta Caterina figliuola del quondam Cipriano ammessa dell’Anno 1617 al solito sussidio dotale di scudi 35. & baioc.25. ad effetto di maritarsi in Roma, & habitarci di continuo honestamente.Con ordine espresso, che non s’habbia da concludere in alcun modo il suo maritaggio senza licenza espressa, & qui di sotto scritta da detti Signori Guardiani ,ò almeno da doi di essi, col Secretario di detta Compagnia pro tempore, la qual licentia debba mostrare alli detti Signori Guardiani , & Camerlengo quando portarà la fede al Notaro publico attuario della sua subarrhatione, per havere il Mandatodel pagamento di detto sussidio dotale: la qual polizza, insieme con la detta fede della subarrhatione resterà nelle mani di detti Signori Guardiani. Et de più se gli ordina, che ogni due Anni avanti si mariti , mandi alla Congregatione ordinaria  un memoriale nel qual narri dove habita , & è habitata ne  gli Anni adietro, & si facci rinovare la presente patente. Et non osservandosi quanto di sopra, non se le pagarà il detto sussidio .Et questo si fa per degni rispetti ben considerati da detti Signori Guardiani, & Camerlengo, li quali per fede di ciò si sottoscriveranno di loro propria mano et per loro segno.

In Roma , adi diece di settembre 1617.

Sigillata col sigillo di detta Compagnia.

Il documento  è firmato da:

Matteo Buofani,                                   Guardiano;

Oratio Giasparino,                              Guardiano;

Giuliano delli Beretiari,                       Guardiano;

Gaspare Fabritij,                                   Guardiano;

Titta,                                                      Guardiano;

Giovan Domenico Cerasoli,                Camerlengo.   

Il 5 luglio 1620,  Caterina fu autorizzata  a sposarsi con Giulio Caprettaro dai seguenti Guardiani:

Giovan Battista Antifassi , Ottavio Giasparini, Raimondo Iula, Francesco de Berettari.

Il sussidio le fu pagato il 22 giugno del 1625.

 

“ Noi Guardiani , e Camerlengo della Venerabil Compagnia della Santissima Madonna della Cerqua di Roma dell’Università de Macellari, facciamo fede come à gloria d’IDDIO e della BEATA VERGINE, e conservatione della Pudicitia di Francesca del quondam  Lorenzo , e Antonia è stata quest’anno ammessa al sussidio dotale di scudi trentacinque, e baiocchi 25, di moneta, con la quale detta Compagnia è solita sovvenire le povere Zitelle per maritarsi in Roma, con questo che non possa concludere il Matrimonio, se prima non haverà ottenuta  licenza dalli Guardiani pro tempore di detta compagnia, la quale se li concederà ogni volta, che visitata di nuovo si troverà meritevole.

Che conchiuso il Matrimonio ne porti fede del Parocchiano al nostro Secretario, e Notaro, e farla riconoscere, acciò se possa spedire il mandato: I danari non se li pagheranno, se prima non haverà data sicurtà di non partir di Roma senza licenza della Compagnia, e di vivere honestamente ,& in qualsivoglia di detti due casi , o morendo senza figliuoli di restituirli alla Compagnia, & in tanto conservarli per lei, e per li figliuoli. E che ogni tre anni, sin tanto che sia maritata , debba per non perdere detto sussidio presentare la Cedola con un memoriale alli Guardiani, e Camerlengo per tempo, specificando in esso, dove sia  habitata detti tre anni, e dove habita, accioche havutane buona informatione , se li possa rinovar la Cedola , e se altrimenti ritenergliela, essendo priva di detto sussidio. Et in fede della sudette cose, la presente sarà sottoscritta da noi Guardiani , e Camerlengo, e per noi respettivamente , e dal nostro  Secretario, e sigillata con il solito sigillo della Compagnia.

In Roma nell’Oratorio di detta Compagnia il 14 settembre 1650 “

Il documento è firmato da:

Antonio de Grandis per  Domenico Olivieri , che non sa scrivere,     Guardiano;

Francesco Onorato,                          Guardiano;

Crlo Silinij,                                        Guardiano;

Graziano Pellegrino,                         Guardiano;

Agostino  Coletti,                              Camerlengo;

Carlo Vipera,                                     Segretario.

A Francesca  fu data licenza di sposarsi il primo di agosto 1654; il 23 gennaio dal 1659 le fu data la dote.

Il 12 settembre del 1773, fu assegnata la dote a “ Madalena Filippucci figlia di Bartolomeo “ da Pietro Neri, Guardiano Camerlengo e da Natale Latini, Guardiano.

Il 13 settembre 1789, la dote fu assegnata a Maria Manetti figlia di Stefano da Gregorio Rossi, Guardiano e Camerlengo, da Giovan Battista Canolini, Guardiano e da Fortunato Zaccarelli, Segretario, che l’avevano“estratta dal bussolotto”il 23 agosto di quell’anno.

La dote, confermata da Carlo Antonio Amici, Guardiano e Camerlengo, da Giovanni Pellegrini, Guardiano, il 25 giugno del 1791, fu pagata a “ Maria Manetti ed a Domenico Manfredi Coniugi” da Angelo Contigliozzi, Guardiano e Camerlengo, da Giovanni Mainardi, primo Guardiano e da Francesco Pragliese, Guardiano, il 3 luglio del 1795.

Tale opera pia ebbe gran risonanza, tanto che ne troviamo documentazione anche in alcuni volumi che trattano della Storia della Madonna della Quercia di Viterbo.

“ La gran venerazione, che sempre hanno avuto alla Madonna della Quercia li Signori Romani, si puol raccorre da quello si è detto de’ Sommi Pontefici, Eminentissimi Cardinali, Signori Principi…, essendo innumerabili gl’aggraziati d’ogni condizione, e sesso in quell’alma Città.

Sino dal principio li fabricorno una Chiesa detta della Madonna della Quercia, vicino a Campo de Fiori e Piazza Farnese, quale avendo ottenuto l’Università de Macellari, vi fondorno la Confraternita con Sacchi bianchi, che fa per insegna la Madonna circondata da rami di Quercia; e dota ogn’anno buon numero di Zitelle” scrive padre N. Torelli nel 1725.

“ A Rome, oùtant d’églises sont consacrées, sous des titres divers, à la Sainte Mère de Dieu, la Madone de la Quercia a son église, sa confrèrie sa banniere; les Papes, les Cardinaux, les Princes romains ont pris son sanctuaire sous leur patronage, lui ont lassé des revenus considérables et l’ont mis meme de doter annuellement un bon nombre de jeunes filles. “ scrive padre Chery nel 1869, a conferma che la consuetudine di dotare ragazze povere era continuata anche nel XIX secolo.

Una lapide del XVII secolo, ancora oggi esistente in chiesa, ricorda come, in quel periodo, ai Macellari fossero associati anche i caprettari, che successivamente,nel 1728, costituirono una loro confraternita  in  S. Maria de’ Monti; nella stessa lapide viene ricordata la composizione di una lite con i Pizzicaroli

I secoli XVII e XVIII furono  secoli d’oro per la Confraternita che si organizzò sempre meglio; grazie alle offerte generose dei confratelli, riuscì ad aiutare numerose famiglie di associati bisognosi.

Nei primi anni del 1600 si sentì anche la necessità di riannodare i legami con la chiesa madre di Viterbo e per due anni consecutivi i consoli dei Macellari di Roma si portarono ai piedi della Madonna della Quercia viterbese offrendo alla Vergine preziosi doni.

In un manoscritto dell’Archivio Storico del Santuario le visite sono così ricordate:

“ Ricordo come il sig. Giovan Battista Antifassi macellaro di Nostro Signore con li suoi compagni Consoli alli 16 di Settembre 1625 mandarono uno paliotto di raso bianco fiorato con la mantellina..”

“ A di 10 detto [ maggio 1626] il sig. Battista [ Antifassi] console delli Macellari di Roma portò una bella tovaglia per la Madonna sottile, tutta con merletti et la donò alla Madonna… “.

Un ricordo di questi fatti lo scrive anche il Sagrestano Maggiore della chiesa viterbese, fra Tommaso Bandoni, in un libro di Miracoli della Madonna della Quercia, del 1634:

“ In Roma vi è la chiesa di Macellari, sotto nome della Madonna della Quercia, e li signori Consoli di quest’arte a gl’anni passati portorno un bel paliotto et una mantelina di damasco bianco trinata d’oro a quali fu dato un poco di legno della Madonna per la loro chiesa…”.

La grande venerazione verso la Madonna della Quercia dell’Antifassi è testimoniata da un’altra lapide, ancora  esistente in chiesa.(vedi foto n° …)

Nel 1670,   a Roma, la devozione alla Madonna della Quercia era diventata così importante che il Capitolo Vaticano “ n’autenticò la celebrità del culto colla corona d’oro che le offrì…”, scrive il Moroni.

Alla fine del secolo XVII , “ …perché si vede con le continue esperienze che l’Arte de Macellari si va sempre riducendo di male, in peggio a causa della sua mala condotta, Per rimediare a questo si è risoluto aggiungere al Statuto di questa Arte l’infrascritti capitoli…”

Vennero così integrati i vecchi statuti del 1536 , aggiungendovi altri 4 “ capitoli” che prescrivevano norme ben precise per l’apertura di nuove macellerie, per i prezzi e per l’importazione della carne.

NOTA(  STATUTI 1536 C.51)

Tra il 16 Agosto del 1723 e il Dicembre del 1725 fu effettuata la Visita Apostolica da Mons. Tanari, comprotettore della “ chiesa e della Compagnia della Madonna Santissima della Quercia dell’Università de Macellari di Roma”.

Al termine fu redatta una stima dei soldi da riscuotere da parte dell’Università “ …ascendenti a scudi cinquemila e più …”, che i Guardiani dell’epoca cercarono, con solerzia, di recuperare.

Fu così deciso di investire questa notevole somma di denaro nella sistemazione della Chiesa ormai fatiscente.

Nel 1727 Benedetto XIII ordinò di ricostruirla su progetto del Raguzzini; il 31 maggio 1738 il Card. Guadagni, Vicario Generale del papa Clemente XII, la consacrò solennemente.

Quando qualche responsabile della Confraternita o della Chiesa   si comportava in modo poco conveniente, approfittando del suo ruolo per fare i propri interessi, era immediatamente espulso dal sodalizio o dal posto che occupava.

Così successe al sacrestano don Francesco Campolattaro e al Notaio Giuseppe Antonio Persiani.

Il primo fu licenziato perché “ in occasione che celebravamo la s. messa nella suddetta chiesa [Madonna della Quercia] ci siamo trovati strapazzati e abbiamo veduto molti scandali successi si in giorni festivi che feriali…    à segno tale che anche molti sacerdoti che venivano per loro devotione à dire la s. messa per li maltratti e zelo impertinente di detto sig. sagrestano non vengono più.

Che però doppo esser successo un scandalo publico nel giorno di S. Lucia per sua colpa; che le genti, che erano in chiesa furono necessitate ad uscire dalla detta chiesa, ed un altro successivamente non meno di tanti accaduti…”, come fu testimoniato davanti a Mons. Tanara, Visitatore Apostolico, da Giovan Pietro Iacoboni e da Giovan Battista Cocciante, Guardiani della Compagnia e da Sisto Perelli, cappellano, da d. Giuseppe Antonio Morci, cappellano del coro, da d. Cipriano Santini, confessore, da Sebastiano Norci, vice organista e da Pietro Alessandro Rossi, cappellano del coro.

Per quanto riguarda il Notaio, il 20 gennaio del 1726 “ … fu tenuta la congregazione, nella quale intervennero l’infrascritti, premessa però prima l’oratione solita:

Signori Giovan Pietro Iacoboni, Giovan Battista Cocciante, Guardiani Benedetto in Fiore per due, Loreto à Case, Domenico à Corvi, Francesco in Giudia per due, Domenico in Montanara, Pietro in Fiore, Paolo à S. Agata, Giovanni à Traspontina, Agostino à Cancellaria, Sebastiano in Montemario, Girolamo à Condotti, Gioseppe à Chiavica, Gioseppe alla Vacca per due, Antonio à Caldarari, Bartolomeo à S. Lorenzuolo, Francesco Antonio à Rusticucci per due, Domenico à Costaguti, Carl’Antonio à Settignana per due, Carlo in Trevi, Pietro in Panico per due, Domenico à Fratina, Paolo in Colonna per due Nicola in Sciarra…”, nella quale riunione fu licenziato.

Si assunsero al loro posto d. Carlo Cocciante, come sacrestano e Girolamo Sercamilli come Notaio.

 

L’Università e la Confraternita continuarono a vivere in armonia; mantennero intatta l’importanza acquisita, fino a quando il ciclone, proveniente dalla Francia, non raggiunse Roma.

Pio VII, coadiuvato dal card. Fabrizio Ruffo,  per cercare di venire incontro  alle nuove idee, tentò di prendere delle iniziative che, credeva, potessero rimettere in sesto la politica della Città Eterna.

Una di queste fu l’eliminazione, dalla vita economica dello Stato Pontificio, delle Corporazioni, decretata il  2 settembre del 1800.

Lo stesso Pio VII, il giorno 11 marzo del 1801, abolì l’Università dei Macellari, con sovrano motu proprio.

A gestire la chiesa ed il patrimonio del Sodalizio, rimase solamente la Confraternita.

In un primo momento, tutto filò liscio, tanto che nella relazione della Visita Pastorale del 1824, effettuata da  f. Giovanni  Angresteri  e Mons. Alberto Bartolani ,  nel tempo in cui protettore del Sodalizio era il Card. Fracesco Gallessi, si rilevava  una situazione tranquilla; i conti erano in ordineed esisteva solamente un piccolo deficit di circa 210 scudi, al quale si suppliva “ colla volontaria limosina che i Macellari stessi padroni fanno in ogni settimana per mezzo di una bussola, con cui il Mandatario fa il giro per i rispettivi macelli, non meno che con quella straordinaria, che i medesimi fanno in occasione della festa della Chiesa e quarantore…”, così scrive il relatore don Gioacchino Moretti, rettore.

Dalla relazione si può anche costatare come la vita della Confraternita fosse ancora buona.

“ Si fa in ogni venerdì della settimana la S. Via Crucis, si fanno tutte le novene, e rispettivamente le messe cantate di tutte le feste principali della Madonna, quella de’ Santi Pietro e Paolo e quella del S. Natale; si fa altresì il mese mariano [ con licenza di mons. Vic. Gerente fin dall’anno 1817], si ricevono ogn’anno le quarantore ed altre funzioni diverse…”

Una nota, però, ci fa capire come fosse già iniziato quel disordine, che, come vedremo successivamente, porterà la Confraternita quasi al fallimento.

“ Non esiste inventario di ciò[ rendite] e poco si può desumere dalli libri e carte che per non curanza dei passati ministri si tenevano accatastati senza verun ordine in una picciola stanza..”

Anche il Tesoro della Chiesa, costituito dagli arredi e paramenti sacri, era scomparso.

Infatti “ in addietro la Chiesa era ben fornita di argenti e di arredi e paramenti sagri preziosi, ed all’epoca repubblicana gli fu tolto tutto di modo che [ la chiesa ] rimase quasi sprovvista, inoltre nell’epoca del governo provvisorio furono per qualche tempo applicate le rendite della medesima all’Ospedale di S. Galliano. In niun modo poi è stato supplito a queste deperizioni se non colle largizioni delli fratelli stessi che di nuovo rifornirono la chiesa del necessario ed anche al presente suppliscono alla manutenzione della medesima…”.

Alla fine della relazione è scritto: “ Noi sottoscritti Primicerio e Guardiani della Venerabile Compagnia e Chiesa di S. Maria della Quercia de’ Macellari di Roma attestiamo e giuriamo qualmente tutto ciò che è stato riferito nella suddetta relazione in risposta al regolamento della Visita Apostolica dimostri l’esatto, preciso, chiaro e vero stato materiale, spirituale, economico e governativo della lodata Chiesa e Compagnia.

In fede questo di 27 agosto 1824

[ firmato]

B. Luzi Primicerio;

Filippo Panci Guardiano;

Giuseppe Pellegrini Guardiano “.

Il 17 novembre 1856, fu pubblicato il testamento del Camerlengo della Confraternita, Manenti Francesco, morto alcuni giorni prima:

“ E’ volontà libera del sottoscritto come Camerlengo della Venerabile Confraternita [ di S. Maria della Quercia dei Macellari di Roma] essere dopo morto tumulato nella chiesa di S. Maria della Quercia a tutte spese da sostenersi dalla matissima consorte…

… del casamento n° 86 ove abitiamo la faccio erede usufruttuaria… a mio fratello uterino Luigi Bonanni voglio sia erede usufruttuario del casamento in via della Cancelleria n° 82 da cielo a terra… e doppo la morte di ciascuno dei due beneficiati, vadano li dui casamenti alla suddetta Confraternita …”.

Nel dicembre del 1856 “ conoscendo quanto sia grande il dovere di gratitudine di far bene a quelli che bene ci hanno fatto “ la confraternita chiese il nullaosta per seppellire il Manenti nella Chiesa appartenente al Sodalizio.

L’autorizzazione fu concessa il13 dicembre del 1856 e così il vecchio Camerlengo fu sepolto nella Casadei Macellari di Roma.

Per ricordare tale avvenimento fu posta una lapide sul pavimento avanti la balaustra dell’altare maggiore.

Il pontefice Pio IX, una volta Cardinale Protettore della Confraternita, nel 1864,  offrì 3.000 scudi per restaurare le chiesa amata;   i lavori furono affidati all’architetto romano A. Busiri Vici.

Ma, “ …i disordini che regnavano nella Confraternita sotto l’invocazione di S. Maria della Quercia de’ Macellari di Roma; non che lo stato deplorabile in cui trovansi l’amministrazione dei beni della medesima nel 1869, indussero la Santità di Nostro Signore Papa Pio IX a deputare una visita Apostolica perché ne riordinasse la disciplina e l’amministrazione…”, così inizia la relazione della Visita Apostolica, condotta dal Card. Annibale Capalti insieme con Mons. Augusto Teodoli e mons. Francesco Piccolomini, iniziata nel 1869 e chiusa nel 1873.

Continua la relazione:

“ Nominata la Visita con Breve del Giorno 20 Agosto 1869, quasi subito avvocò a se l’amministrazione e direzione della Confraternita per regolarizzarne gli affari più urgenti e che reclamarono sollecito provvedimento.

Al primo metter mano all’opera la Visita ben presto si avvide della irregolarità dell’amministrazione: le scritture erano arretrate da molti anni, e non esisteva alcun bilancio amministrativo; varie sentenze giudiziali erano già in stato eseguibile contro la Confraternita; altri creditori minacciavano di convenirla giudizialmente; in fine la cassa totalmente esausta, e senza vedute di risorse faceva conoscere in quali triste condizioni versasse la Confraternita. In tale frangente, per conoscere lo stato patrimoniale della Medesima , la Visita ordinò fosse compilato il bilancio al 31 luglio 1869, che fu redatto da un incaricato del computista della Confraternita , sig. Lorenzo Biarichi ed esibito il giorno 30 marzo 1870, mentre essa occupavasi del modo di tacitare i creditori più pressanti… Senza ricorrere ad alienazioni o prestiti passivi che avrebbero sempre più aggravato la condizione della Confraternita, fece aprire un conto corrente colla Banca Romana mediante il quale soddisfecele passività più rilevanti-

Scemato con tal mezzo il discredito in cui era caduta la Confraternita gli altri creditori cessarono dalle vessazioni e di mano in mano furono tutti saldati… per lo che nel breve periodo di poco più di tre anni e mezzo , dal 1° agosto 1869 al 31 maggio 1873 i risultati amministrativi furono totalmente cangiati e risultò un avanzo complessivo di lire 10511.43.5 laddove dal 1839 al luglio 1869 nell’amministrazione tenuta dalla Confraternita si trova un disavanzo di lire 18650.35 ! …”

Curiosa è una registrazione nelle spese di vario genere:

“ mantenimento del gatto di sagrestia in lire 1.50 mensili“

Artefice della buona riuscita della visita Apostolica fu il Card. Protettore della Confraternita il Card. Pietro Marini , al quale , in riconoscenza, fu dedicata nel 1870 una bella stampa della “ Miracolosa Immagine di Maria Ss.ma della Quercia”, disegnata da Achille Ansignoni ed incisa da Niccola Moneta , essendo Rettori il Canonico Domenico Maria Capo e D. Luigi Capo.

Gli avvenimenti politici , però, condizionarono un gruppo di macellai romani, i quali , costituitisi in una società privata di mutuo soccorso, pretesero di far rivivere l’antica loro Università e tentarono così di venire in possesso di tutti i beni appartenenti alla Confraternita.

Ma tutto, poi, si risolse in modo benevolo.

Il giorno 12 maggio 1873 si tenne un Consiglio dove furono nominati i nuovi Officiali, secondo le antiche regole; essi furono subito ammessi al possesso delle loro cariche e all’esercizio legittimo dell’amministrazione dei beni della  Chiesa e Confraternita.

“ Faccia ora Dio che tornando l’amministrazione presso i fratelli si continui l’opera intrapresa dalla Visita Apostolica… Roma 3 luglio 1873. “, in questo modo termina la Relazione.

Ma, qualcuno approfittò della confusione amministrativa per vendere beni preziosi appartenenti al Sodalizio.

Subì questa sorte il bellissimo volume manoscritto contenente gli Statuti del 1536 , oggi alla Biblioteca Angelica di Roma.

Sul rovescio della copertina, troviamo scritto dal principe Camillo Massimo :

“ Fu da me acquistato li 13 corrente gennaro 1873 per 300 lire dall’antiquario Enrico Balbone incontro alla chiesa degli Angeli Custodi, a cui pochi mesi prima era stato venduto per lire 500 dal Capo Macellaro in via de’ Prati.

Roma questo di 31 gennajo 1873 . “

Negli ultimi anni del XIX secolo Roma subì grosse trasformazioni, adattandosi ad essere la Capitale d’Italia.

La confraternita riuscì a mantenere l’impegno preso nel 1873 fino a che non si fece prendere dall’euforia che colse tutta la città: quella della ristrutturazione dei vecchi palazzi e al loro posto costruirne nuovi che si adattassero alla realtà di capitale di un nuovo grande Stato.

Tutta “ la città [ di Roma] si gettò a capofitto in quella febbrile , tumultuaria attività edilizia che regnò dal 1880 al 1889; e insieme alla città vi si gettarono i privati ; e la speculazione racimolando dappertutto capitali, fu presa dal delirio e si improvvisarono e moltiplicarono banche di sovvenzioni, e regnò per quasi un decennio una ridda fantastica di fortune improvvisate e subitamente scomparse, di avventurieri arricchiti in un giorno, e in un altro giorno piombati nel nulla; un carnevaleto quale mai si vide in Italia e mai si vedrà, che finì… con una universale catastrofe. Centinaia di strade tracciate e non finite, migliaia di case e palazzi incominciati e sospesi a mezzo: le banche fallite; gli speculatori rovinati; a torme , a legioni i disoccupati , i gettati sul lastrico.”

Nel 1886, dopo aver scaricato le due case in piazza della Cancelleria , ereditate dal Manenti, i Confratelli del tempo vollero costruire un grande palazzo ; ma per far ciò si dovettero accollare un debito notevole , contraendo un mutuo con la Banca d’Italia.(44)

La crisi edilizia non   permise loro di estinguere il debito contratto e così quasi tutto il patrimonio della Confraternita fu sequestrato.

Ma i Macellari non si diedero per vinti e dopo aver eletto, nell’assemblea del 30 marzo del 1897, Giovanni Mazzitelli, Camerlengo, Calcedonio Contigliozzi, Guardiano, Augusto Cerilli , Guardiano, Andrea Cotogni , Guardiano, Adriano Spositi, Guardiano , assistiti dall’avvocato Amedeo Sandrini ,aderirono alle vie legali, rivendicando il patrimonio perduto.

Seguirono alterne vicissitudini ma, l’8 maggio del 1920 , fu stipulata, con la Banca d’Italia, una transizione per mezzo della quale la Confraternita rientrava in possesso di quasi tutti i suoi beni.

L’impegno del nuovo Presidente , Gaetano Piroli, e dei consiglieri Oreste Montanari, Agostino Brancoli, Alessandro Canullo, Ettore Travisi, Cesare Natalizi, Filippo Gradi e Romeo Amati, firmatari del documento conclusivo, ridiede vita alla Confraternita .

Nel 1923 , si volle riformare il vecchio Statuto; il nuovo testo, approvato con regio decreto del 20 ottobre del 24, tentò di dare alla Confraternita  la sua costituzione formale affinché  “ …possa sviluppare la sua azione secondo le norme di più moderna praticità …”.

Non cambiarono però i fini:

1)   Prestare assistenza e soccorso ai confratelli poveri, a domicilio in caso di malattia;

2)   Sussidiare i vecchi indigenti e gli inabili al lavoro;

3)   Prestare onoranze funebri ai confratelli defunti e sussidiare le famiglie superstiti bisognose;

4)   Provvedere al culto della Chiesa di Santa Maria della Quercia di proprietà della Confraternita.

Né cambiò l’amore per la Chiesa , che , nel 1928 fu restaurata; si cercò , nel 1938, di farla risaltare meglio , abbattendo completamente il palazzo di fronte.

Passati altri anni , la guerra e le vicende nazionali della ricostruzione , fecero ripiombare la Confraternita in una situazione disastrosa: solamente una volta all’anno la chiesa si apriva per la celebrazione della s. messa.

Ancora una volta , però, la tenacia di alcuni “beccàri”, guidati ancora una volta dall’ormai novantenne Presidente Piroli, spronati dal consigliere Guido Tamagnini e pieni di tanta fede ed amore per la SS. Madonna della Quercia e per la sua Confraternita dei Macellari, riuscì a ricostituire un efficace Consiglio , reintegrando i posti vacanti.

Il Presidente Piroli, rendendosi conto della necessità di avere a capo del Sodalizio nuovi e più giovani confratelli, diede le dimissioni.

Il 4 dicembre del 1960 si riunì la Congregazione generale che assegnò i seguenti incarichi:

Presidente,                          Angelo Maccaroni;

Vice Presidente,                  Guido Tamagnini;

Marcello Caccia, Romeo D’Arcangelo, Augusto D’Artibani, Luigi De Angelis, Luigi Fabrizi, Alessandro Fraticelli, Duilio Giannini, Cesare Liberatori, Remo Montenovo, Carlo Masulli, Pietro Persiani, Achille Salvati e Vigli Scaglietta, Consiglieri;

Renato Bergamini e Umberto Monomi, Sindaci;

Francesco Gentili , Segretario

“ Il nuovo Consiglio stabilì immediatamente una linea di condotta per il futuro: il restauro e la riapertura al culto della chiesa e la progressiva ripresa e sviluppo di tutte le attività previste dallo Statuto.

In breve tempo molto è stato fatto . Ora la chiesa è aperta tutti i giorni , l’officiatura religiosa, affidata al cappellano don Giovanni Scantamburlo, si svolge regolarmente.

L’assiduità e la costanza dell’addetto al culto Marcello Caccia, che assolve al suo compito con tale spirito d’abnegazione da suscitare ammirazione da parte dei confratelli, assicurano la perfetta organizzazione delle sacre cerimonie.

L’edificio, rimesso in pristino stato, è gelosamente custodito dal fabbricere Luigi Fabrizi che, con operoso zelo, sorveglia alla sua manutenzione…”, scrive il Martini nel 1961.

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